Giuseppe Verdi era cremonese (o forse casalasco)? La tesi in un libro
Al di là delle conclusioni cui giunge, il libro richiama l'attenzione sull'importanza della ricerca archivistica e sulla necessità di interrogare criticamente le fonti storiche
E se Giuseppe Verdi fosse stato cremonese (o forse, vista la distanza esigua tra le province, casalasco)? Una nuova ipotesi sulle sue origini torna ad alimentare il confronto tra studiosi e appassionati del compositore di Busseto. A rilanciare il tema è il volume I natali del cavaliere di Maria Antonietta Lamoure, presentato il 29 maggio a Salsomaggiore, del quale ha dato conto la musicologa Paola Cirani in un articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma.
La ricostruzione proposta dall’autrice mette infatti in discussione alcuni elementi considerati acquisiti dalla storiografia verdiana. Secondo la tradizione storica, Giuseppe Verdi sarebbe nato alle Roncole di Busseto nell’ottobre del 1813, figlio di Carlo Verdi e Luigia Uttini. Lamoure propone invece una lettura alternativa, fondata su ricerche archivistiche, approfondimenti genealogici e memorie familiari tramandate nel tempo.
La studiosa, che si dichiara discendente dei protagonisti delle vicende ricostruite nel libro, intreccia documenti civili ed ecclesiastici con testimonianze conservate nel proprio ramo familiare. Da questo lavoro emerge una tesi destinata a suscitare discussione: il futuro autore dell’Aida non sarebbe nato alle Roncole nel 1813 e non sarebbe stato il figlio biologico dei coniugi Verdi-Uttini.
Secondo l’ipotesi avanzata nel volume, il compositore sarebbe nato il 9 febbraio 1811 nel Cremonese e sarebbe stato coinvolto sin dai primi mesi di vita in una complessa vicenda legata alla famiglia aristocratica Lamoure. Il quadro delineato dall’autrice comprende relazioni extraconiugali, questioni ereditarie e strategie familiari finalizzate alla tutela del patrimonio e della continuità dinastica. In questo contesto si inserirebbe l’affidamento del bambino alla famiglia Verdi-Uttini e la successiva costruzione di una diversa identità anagrafica.
Un ruolo significativo nell’indagine è attribuito all’analisi dei registri civili e religiosi. Lamoure evidenzia alcune discrepanze tra censimenti, atti amministrativi e documentazione ecclesiastica, interpretandole come possibili indizi di una storia diversa rispetto a quella comunemente accettata. Analoghe anomalie riguarderebbero anche Caterina, tradizionalmente indicata come sorella gemella di Giuseppe Verdi.
Come sottolinea Paola Cirani sulla Gazzetta di Parma, l’interesse del volume risiede proprio nell’intreccio tra ricerca documentaria, memoria familiare e indagine genealogica. Allo stesso tempo, la portata delle conclusioni richiede particolare prudenza. Qualora le ipotesi formulate trovassero ulteriori conferme attraverso un rigoroso esame delle fonti, potrebbero portare a una significativa revisione della biografia verdiana. Fino ad allora, restano una proposta interpretativa che dovrà confrontarsi con il vaglio della comunità scientifica.
Al di là delle conclusioni cui giunge, il libro richiama l’attenzione sull’importanza della ricerca archivistica e sulla necessità di interrogare criticamente le fonti storiche. Un contributo che, come evidenzia l’articolo della Gazzetta di Parma, è destinato ad alimentare il dibattito tra studiosi, musicologi e cultori dell’opera di Verdi.