E’ “casalasco” il più giovane pianeta esistente: la straordinaria scoperta di Bernardi
Di Andrea Bernardi, originario di Agoiolo, si parla con merito su alcune delle principali pubblicazioni scientifiche: il pianeta scoperto, che non è nel sistema solare, è il più giovane mai certificato.
Lo avevamo lasciato due anni fa dopo la scoperta di una stella, nel team dell’Università di Padova. Oggi lo ritroviamo a Santiago del Cile, all’Università Diego Portales specializzata in Astrofisica, primo firmatario di un articolo che certifica la scoperta del più giovane esopianeta mai confermato. Di Andrea Bernardi, originario di Agoiolo, si parla con merito su alcune delle principali pubblicazioni scientifiche.
Andrea, partiamo da quello che stai facendo oggi in Cile. Che percorso hai intrapreso?
«A marzo ho iniziato il dottorato in Astrofisica all’Università Diego Portales. È un campo molto vasto e io, in particolare, mi sto specializzando nell’imaging diretto degli esopianeti. Detto in maniera meno tecnica, cerchiamo di fotografare direttamente pianeti che si trovano al di fuori del nostro Sistema solare».
Che cosa sono esattamente gli esopianeti?
«Sono pianeti che non orbitano attorno al nostro Sole, ma attorno ad altre stelle. Attualmente ne conosciamo circa 6.000 e ci sono diversi metodi per individuarli. Quello sul quale mi sto specializzando consiste nel cercare di ottenere un’immagine diretta del pianeta. Il problema è che la stella attorno alla quale orbita emette una luce milioni o addirittura miliardi di volte più intensa di quella del pianeta. Dobbiamo quindi riuscire a mascherare la luce della stella per poter osservare ciò che le sta attorno. È la tecnica che abbiamo utilizzato anche per il lavoro di cui stiamo parlando».
Quindi possiamo dire che avete scoperto un pianeta?
«Il termine “scoperto” va precisato. Quando un pianeta viene osservato per la prima volta non possiamo ancora parlare di scoperta vera e propria, perché quel segnale potrebbe essere dovuto a molte altre cose. Potrebbe, per esempio, trattarsi di una stella sullo sfondo che per una coincidenza di posizione sembra appartenere al sistema che stiamo osservando. Oppure potrebbe essere rumore o un residuo nell’analisi dei dati».
E quindi cosa succede?
«Quel segnale viene definito candidato. Significa che è interessante e potrebbe essere un pianeta, ma non abbiamo ancora la certezza. In questo caso il candidato era già stato individuato e pubblicato nel 2021 e nel 2023. La nostra ricerca non ha quindi scoperto il candidato, ma ha fatto un passo successivo: lo ha confermato come pianeta».
Come si passa da candidato a pianeta confermato?
«Servono diverse osservazioni e diversi test. Noi abbiamo osservato nuovamente l’oggetto in altre due occasioni, in date differenti, e abbiamo effettuato le verifiche necessarie per escludere che fosse una stella sullo sfondo o semplicemente un residuo del rumore. Tutti i test hanno dato lo stesso risultato: quello che stavamo osservando era effettivamente un pianeta legato alla stella».
La conferma di un esopianeta è quindi ancora oggi una notizia così eccezionale?
«Conosciamo ormai circa 6.000 esopianeti, quindi confermarne uno, di per sé, è certamente interessante ma non è qualcosa che nel nostro ambito rappresenti un evento straordinario. Quello che rende particolare il nostro risultato è l’età del pianeta».
Parliamo allora di questo record. Quanto è giovane?
«Prima del nostro lavoro i quattro pianeti considerati tra i più giovani mai osservati avevano circa 5 milioni di anni. Può sembrare un’età enorme, ma per un pianeta è pochissimo. Per fare un paragone con la vita umana, è come osservare un neonato di appena un paio di settimane».
E il vostro pianeta?
«Ha un’età inferiore al milione di anni. Abbiamo quindi abbassato di circa cinque volte il precedente record. Ed è proprio questo l’aspetto più importante della scoperta».
Perché è così importante osservare un pianeta così giovane?
«Perché secondo i modelli teorici questi pianeti non dovrebbero nemmeno avere il tempo di formarsi in un periodo così breve. Eppure questo pianeta è lì. La sua esistenza pone quindi delle domande importanti sui processi attraverso i quali si formano i pianeti e sui tempi necessari perché questo avvenga. È questo che ha suscitato molto interesse nella comunità scientifica».
Il pianeta ha un nome? E siete voi a poterlo scegliere, visto che ne avete certificato l’esistenza?
«Purtroppo no. Per gli esopianeti esistono delle regole precise. Si prende il nome della stella centrale, che era già noto, e si aggiunge una lettera in base all’ordine di identificazione dei pianeti nel sistema. In questo caso si chiama Elias 2-24B b: Elias 2-24 è il nome della stella, mentre la “b” indica il primo pianeta confermato attorno a quella stella».
Quanto è lontano dalla Terra?
«Circa 450 anni luce. Quindi non esattamente dietro l’angolo».
Il vostro articolo ha avuto una certa eco anche al di fuori delle pubblicazioni strettamente scientifiche. Avete ricevuto attenzione anche dai grandi media?
«Prima della pubblicazione dell’articolo avevamo già organizzato due interviste e due conferenze stampa con media specializzati. Una con la NASA e una con l’Osservatorio Keck delle Hawaii. Abbiamo utilizzato infatti il telescopio dell’Osservatorio Keck e la NASA finanzia questo strumento. Per questo motivo la NASA segue e racconta le scoperte più importanti realizzate attraverso quel telescopio, così come fa naturalmente lo stesso Osservatorio Keck».
E dopo la pubblicazione?
«Dopo l’uscita dell’articolo sono arrivati, e stanno arrivando, diversi articoli sui media del settore. In molti casi hanno ripreso o adattato i contenuti delle interviste che avevamo già realizzato prima della pubblicazione».