Alzheimer, il cibo può diventare una forma di cura? La sfida della Rsa Germani
All'iniziativa sono stati coinvolti anche gli studenti del Polo Romani di Casalmaggiore, con due classi, una quarta e una quinta dell'Istituto professionale sociosanitario
Una struttura all’avanguardia nella cura delle persone con Alzheimer deve avere, prima di tutto, la capacità di aggiornarsi continuamente e di mettere in rete esperienze e conoscenze. È la strada intrapresa da alcuni anni dalla Rsa Germani di Cingia de’ Botti, che mercoledì ha ospitato a Cascina Colombarone un appuntamento dedicato a un tema particolare: il rapporto tra alimentazione e demenza.
Un argomento che parte da un dato significativo. Oggi in Italia le persone colpite da demenza sono circa un milione e mezzo, ma considerando anche familiari, caregiver e tutte le persone coinvolte nell’assistenza, il fenomeno arriva a interessare direttamente o indirettamente oltre quattro milioni di persone. Una dimensione che rende la demenza una questione non soltanto sanitaria, ma anche sociale e umana.
La domanda al centro dell’incontro è stata provocatoria: è possibile curare la demenza attraverso il cibo o si tratta soltanto di un’utopia? Le evidenze scientifiche degli ultimi anni hanno evidenziato quanto l’alimentazione possa incidere sulla salute generale e anche su quella del cervello. Una corretta alimentazione rappresenta infatti uno dei fattori modificabili sui quali è possibile intervenire in un’ottica di prevenzione dell’invecchiamento patologico cerebrale.
Ma il cibo non ha soltanto una funzione biologica. Ha anche un valore simbolico, affettivo ed emotivo, particolarmente importante quando si parla di persone fragili. Nel caso della demenza, infatti, possono comparire disturbi dell’appetito e dell’alimentazione, legati anche alla condizione psicologica e alla difficoltà di comunicare il proprio disagio.
Proprio su questi aspetti si è concentrato l’incontro, affrontando anche il tema della solitudine e del suo possibile rapporto con le abitudini alimentari. Una persona che vive una condizione di isolamento può infatti modificare la propria dieta, con possibili conseguenze anche sui fattori di rischio legati al decadimento cognitivo.
Nell’iniziativa sono stati coinvolti anche gli studenti del Polo Romani di Casalmaggiore, con due classi, una quarta e una quinta dell’Istituto professionale sociosanitario. Un coinvolgimento che va nella direzione di creare una rete tra formazione, assistenza e ricerca e di portare anche tra i più giovani una maggiore consapevolezza su una patologia che coinvolge milioni di persone.
L’attenzione all’alimentazione diventa così un ulteriore tassello nel percorso della Germani: «Un aspetto che ci consente di elevare ulteriormente la qualità dell’assistenza ai nostri residenti nei nuclei e nei servizi dedicati a questa patologia», è stato sottolineato durante l’incontro.