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Caos trasporti, 468 vite
cambiate ed un'aria
che si è fatta pesante

Solo operai e addetti, lasciando da parte piccoli artigiani, dipendenti di negozi, agricoltori, venditori. Lasciando fuori tutta l'area del Commercio che sta soffrendo all'inverosimile la situazione. Questi i dati di CNC

CASALMAGGIORE – Ogni giorno, da una sponda all’altra del fiume, in transumanza. Per portare a casa lo stipendio, per consentire alle proprie famiglie – e a se stessi – una vita normale. Non sono dati definitivi, probabilmente come ammettono anche coloro che li hanno raccolti, il gruppo di Casalmaggiore la Nostra Casa, sottostimati, ma danno un quadro della vita reale. Quella che la chiusura di un ponte malmesso e scarsamente controllato ha mutato in maniera radicale.

Non è solo la difficoltà di raggiungere il posto di lavoro, è il tempo tagliato alle famiglie, è la rabbia di vedere aumentare le spese per chi viaggia in macchina ed i problemi per chi, viaggiando in treno, si trova in stazioni senza alcun tipo di servizio suppletivo che possa condurli da dove fermano le littorine in fabbrica. Come essere paracadutati nel deserto, ed avere l’oasi a chilometri di distanza, non potendovi giungere se non a piedi o attendendo la benevolenza di qualche cammelliere del luogo.

La similitudine non è un caso. Perché a livello di servizi la bassa cremonese e l’alto parmense sono paesi dell’Africa subsahariana. E’ bastato l’aggravarsi delle condizioni di un ponte, le condizioni poco buone di quelli limitrofi, le condizioni disastrose del trasporto su ferro per mettere l’intera area in ginocchio.

I dati, parziali ripetiamo, raccolti da Casalmaggiore la Nostra Casa sono uno spaccato di quanto sia esteso questo disastro. Nell’area di Sacca sono almeno 55 gli addetti cremonesi su sponda parmense. 13 alla Poli Motoscope che, scesi in stazione, hanno altri 6 km da percorrere per giungere in ditta, 30 quelli della TransferOil, 2 km dalla ditta. 10 quelli della Effegidì, 5 km dalla stazione più due alla Master Center.

Nell’area di Mezzani, 50 addetti alla Parmovo, oltre 6 km per arrivare in ditta. A Colorno 50 addetti alla Sassi, che fortunatamente (?) dista soli 2 km dalla stazione più 7 addetti cremonesi di stanza alla Lidl, stessa distanza dalla stazione. Poi ci sono i 20 della Zec (3 km), i 9 dell’ASP (1 km), gli 80 della Wittur (3 km), i 4 del Centro Medico Santa Margherita, i 2 della Greci (5 km) e i 5 dello Zuccherificio (7 km).

173 cremonesi che lavorano nell’area di Colorno. A San Polo sono 62. 30 alla Glaxo (2 km), 30 alla San Polo Lamiere (5 km), 2 allo Scatolificio Sandra (5 km). Nell’area di Coltaro sono 33 gli anni di Cristo e gli operai che ogni giorno si recano da una parte all’altra. Sono i più penalizzati dall’assoluta mancanza di servizi integrati alla ferrovia. 30 casalaschi lavorano alla New Fleur (6 km), 2 alla Pacchioni Drill (12 km) e 1 a Rosso Tiziano (10 km).

I più ‘fortunati’ (si fa per dire, visto che con Trenord non hanno mai la garanzia di un orario rispettato) sono 33. 6 all’Ocme, 2 alle Lamiere Speciali Inox, 15 all’Azienda Ospedaliera, 10 alla Chiesi Farmaceutici. A prescindere dalle distanze dal luogo di lavoro, qui almeno un servizio di bus c’è. Un totale (in difetto) di 406.

Solo operai e addetti, lasciando da parte piccoli artigiani, dipendenti di negozi, agricoltori, venditori. Lasciando fuori tutta l’area del Commercio che sta soffrendo all’inverosimile la situazione. Attività commerciali casalesi con clientela parmense e parmensi, con clientela cremonese.

A fare il tragitto opposto ne sono stati censiti 62. 60 quelli occupati al Consorzio Casalasco del Pomodoro, 2 quelli alla Robby Moto. Sono dati che . come dicevamo – non prevedono il conto dei clienti e la conseguente sofferenza del commercio fortemente penalizzato quello di frontiera. E sono dati che non tengono conto della sofferenza della più grande azienda di confine, l’ospedale Oglio Po, oltre il 20% di utenza in meno che adesso trova più comoda Parma. Quando si tratterà – paventava ieri sera Fabio Ferroni (Forza Italia) – di fare i conti con i numeri, ecco che l’ospedale, con il calo di fruitori dei servizi, avrà una ragione in più per essere chiuso. “Perché poi, sui tavoli tecnici, contano solo i numeri, su quelli fanno le valutazioni”. Da sue informazioni il calo dell’erogazione di servizi dell’ospedale é del 30%. Un dato forse un po’ sovrastimato anche se l’impressione è che non si discosti poi di molto da quello reale.

Un disastro insomma, di bibliche proporzioni che non ha, al momento, alcuna soluzione. Ponte morto (o quasi), sistema ferroviario da dimenticare, servizi integrati inesistenti. “Ci impiego il doppio del tempo di prima, ammesso che non si trovi traffico – ci racconta un operaio della San polo Lamiere – io ci vado in macchina con altri colleghi perché non ho altre soluzioni. Almeno ci dividiamo le spese del gasolio. Il tempo non lo so mai. La settimana scorsa abbiamo impiegato un’ora e mezza da San Polo a Casalmaggiore, con le colonne che c’erano. Mi dispiace per i miei figli, ne ho due e per mia moglie che non può contare su di me”.

Ogni operaio o addetto dei 468 presi in considerazione ha dietro una storia da raccontare. Una storia difficile adesso, anche da vivere. E non è (o non è solo) il tempo, non sono solo le spese che aumentano. E’ il precipitare della qualità della vita che aggiunge sacrifici ad altri, che frantuma il tempo in entità poco calcolabile. Ed è, ancor di più, la sensazione che tra le due sponde tardino ad arrivare risposte efficaci. Le province sono morti che camminano, le Regioni al di là di una qualche promessa sono al momento assenti, per lo Stato al momento siamo il nulla. Oggi il ministro alle infrastrutture Graziano Delrio si è ricordato che un casalasco parmense esiste.

E non va meglio nei trasporti. Per Tper e Trenord il cittadino è solo un numero da verificare. Basti pensare al treno aggiuntivo delle 7.24. 10, 15 minuti di ritardo cronico, partenza a 7.40, arrivo a Parma a 8.30. Quando la vita dei dirigenti è ancora quella della famiglia del Mulino Bianco, con la colazione sul tavolo e quella degli operai e dei dipendenti è già iniziata da un pezzo. Ma di questo, alle aziende di trasporto, al momento poco importa.

Ieri a gran voce è stato chiesto l’anticipo di quello appena messo e per buona parte inutile affinché si possa quantomeno arrivare in orario sul luogo di studio o di lavoro. Oggi (forse) dopo che Trenord, una partecipata che offre un servizio pubblico in cui la Regione dovrebbe (o potrebbe) far la voce grossa valuterà la questione e deciderà il da farsi. Oggi, ad un mese o poco meno dalla chiusura del ponte, si capirà se si potrà andare incontro alle richieste (logiche, non sarebbero neppure servite ai tecnici per approntare il servizio suppletivo per capirne la necessità) dei pendolari o se tutto resterà così com’é. Con il 50% (dichiarazioni ufficiali) dei posti in più sulle corse, mai o quasi in orario e qualche volta sospese, ed il treno, al momento l’unico messo in più, ad un’orario inutile per chi lavora e spera nella benevolenza della propria azienda per non perdere tutto.

E la rabbia sale, e continua a salire. Basterebbe frequentare gli incontri sul tema per rendersene conto. La gente parla di blocchi, di azioni eclatanti e chi è un po’ più razionale di class action e manifestazioni. Tra una settimana inaugurerà la seconda parte della gronda con la sfilata della politica che conta. C’è già chi propone di manifestare il proprio disappunto, in una qualche forma visibile.

Basterebbe una qualche risposta. Qualcuna di quelle concrete, che vada incontro alle richieste e non si fermi alle promesse. Di promesse e immobilismo ormai, ad un mese dal disastro, la gente è stanca. C’è chi guarda in faccia i propri figli ogni mattina chiedendosi che ne sarà domani. E questo è già un motivo più che sufficente per avercela con la politica oltre che col mondo.

Nazzareno Condina

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