Salute
Commenta

Parole che girano, momento intenso al Comunale. In scena la demenza e la speranza

Il pianeta è lo stesso. E non è il malato a smettere di comunicare. Il malato comunica sino alla fine dei suoi giorni. Siamo noi sani, molte volte, a smettere di farlo.

CASALMAGGIORE – Parole che girano. Parole che corrono liberate dall’esigenza di una ‘struttura’ che le razionalizzi, parole che volano libere, così come nascono. Nascono così le storie, che non hanno un filo logico così per come la logica la concepiamo, ma hanno una dignità e una loro ragione d’essere.

I racconti sono quelli degli ospiti della Casa di Riposo Busi, la tecnica utilizzata quella del Timeslips, portata avanti dalla dottoressa Iris Dall’Aglio e magistralmente portata in scena da Silvia Benedini con l’accompagnamento musicale di Gianni Dall’Aglio, batterista dei Ribelli che vanta collaborazioni con Lucio Battisti, Patty Pravo, Angelo Branduardi, Mina, Ivano Fossati e Pierangelo Bertoli.

E sono racconti creativi. C’è il matrimonio che non c’è, la donna che viene dal mare, ci sono sprazzi di vita che si accendono e si spengono, come luci a intermittenza del più lieve degli alberi di Natale. E c’è soprattutto il messaggio di fondo, tremendamente importante. Quello ribadito dal dottor Roberto Amico, da 18 anni psicologo della struttura Casalasca, che “Non sono i malati di Alzheimer o di demenza a smettere di comunicare con noi, siamo noi che smettiamo di farlo con loro”. Noi, spesso incapaci di liberarci dal giogo della logica e della consecutività a tutti i costi del pensiero.

Lo spettacolo si è aperto con le parole di Cary Smith Henderson. Quelle tratte da ‘Visione Parziale. Un diario dell’Alzheimer’. E si è chiuso con l’esposizione, da parte del dottor Giuseppe De Ranieri del progetto ‘Chi fa da se non fa per tre’, legato al sostegno e al supporto dei familiari che assistono a domicilio persone con demenza. Presente anche la rosponsabile del Concass Katja Avanzini. Tanta sostanza insomma, e tanto da apprendere.

Peccato per lo scarsissimo pubblico. Al netto degli operatori e degli anziani ospiti, non più di una ventina di persone in un teatro che è apparso tremendamente vuoto. Non c’erano soubrette, nani e ballerine. Come se il problema fosse altrove. “Ogni 7 secondi al mondo c’è un nuovo malato di Alzheimer o un nuovo colpito da demenza senile”. Un familiare, un conoscente in fondo ce lo abbiamo tutti. Ma questo non è bastato a far sentire al Casalasco l’importanza di esserci.

Peccato, perché non riusciamo a vedere il bicchiere mezzo pieno di fronte ad un così frustrante senso d’indifferenza. Non se lo meritava tutto il personale che ha lavorato tenacemente e che lavora tutti i giorni per gli anziani. E soprattutto non se lo meritavano gli anziani, quelli che hanno assistito sino alla fine o quasi di uno spettacolo che si è proptratto per oltre due ore in assoluta leggerezza. Peccato per chi non c’era. Perché proprio chi non c’era si è perso momenti importanti di approfondimento (40 minuti di spiegazione e di botta e risposta con il dottor Luciano Abruzzi, neurologo, che ha spiegato con semplicità ed estrema competenza la demenza senile e l’Alzheimer), si è perso le parole del presidente della Fondazione Busi Franco Vacchelli che ha ribadito l’importanza dei progetti legati alla Casa di riposo, dal reparto Alzheimer per chi è in uno stadio avanzato della malattia al progetto di centro diurno per le demenze e l’Alzheimer allo stadio iniziale, si è perso uno spettacolo intenso e pieno di vita nato dai racconti degli anziani del Busi, si è perso Roberto Amico, un vero e proprio mattatore abile in scena quanto nel proprio lavoro. Una risorsa importante per la Casa di Riposo, e non solo dal punto di vista professionale.

Tante le piccole cose davvero belle che si sono perse. Non ultima la testimonianza del sindaco Filippo Bongiovanni, presente insieme all’assessore ai Servizi Sociali Gianfranco Salvatore. Un sindaco che, con la voce che ha tradito una certa emozione, ha parlato della nonna, dei suoi problemi legati alla demenza e dell’esigenza (della positività) del parlare con lei anche quando sembra di essere su due pianeti distanti.

Il pianeta è lo stesso. E non è il malato a smettere di comunicare. Il malato comunica sino alla fine dei suoi giorni. Siamo noi sani, molte volte, a smettere di farlo.

Nazzareno Condina

© Riproduzione riservata
Commenti