Moria di pesci nei canali: «L’acqua chiusa e il caldo li hanno fatti morire»
«Hanno chiuso l’acqua il venerdì sera e già la domenica c’erano i pesci morti», raccontano gli agricoltori, che spiegano come la combinazione tra poca acqua e temperature elevate abbia creato condizioni particolarmente difficili per la fauna ittica
Una distesa di pesci morti, molti dei quali di grandi dimensioni, ammassati nelle poche pozze d’acqua rimaste nei canali. È lo scenario che gli agricoltori della zona tra Quattrocase e Valle, frazioni di Casalmaggiore, si sono trovati davanti nei giorni scorsi, dopo la chiusura dell’acqua. Carpe e pesci gatto, alcuni lunghi 70-80 centimetri e del peso di diversi chilogrammi, sono rimasti intrappolati nei punti dove l’acqua aveva continuato a ristagnare.
«Hanno chiuso l’acqua il venerdì sera e già la domenica c’erano i pesci morti», raccontano gli agricoltori, che spiegano come la combinazione tra poca acqua e temperature elevate abbia creato condizioni particolarmente difficili per la fauna ittica. «Con 35-37 gradi l’acqua è diventata come quella di una pentola. I pesci sono morti perché è venuto a mancare l’ossigeno».
Il problema, secondo la loro testimonianza, si ripeterebbe ogni anno con la chiusura dei canali a fine stagione irrigua. L’acqua residua tende a concentrarsi nelle zone più profonde, vicino alle chiaviche e ai ponti, richiamando anche i pesci presenti nei tratti ormai asciutti. «Sono rimasti tutti a valle, dove c’era ancora un po’ d’acqua. Nel giro di un giorno è mancato l’ossigeno e sono morti tutti».
A colpire sono soprattutto le dimensioni degli esemplari. «Una carpa di 70-80 centimetri può avere anche dieci, quindici anni, alcune possono arrivare a vivere molto più a lungo», spiegano gli agricoltori, sottolineando come la perdita non riguardi quindi soltanto piccoli esemplari.
Per rimuovere le carcasse, diventate rapidamente un problema anche per l’odore, è stato necessario intervenire con i mezzi agricoli. Il Consorzio, secondo quanto riferito dagli stessi agricoltori, è poi intervenuto con un escavatore per recuperare i pesci rimasti nel canale.
La moria diventa così anche il simbolo di una questione più ampia. Gli agricoltori contestano infatti una gestione dell’acqua che, a loro giudizio, non terrebbe sufficientemente conto delle condizioni climatiche attuali. «Una volta l’acqua rimaneva nei canali fino a ottobre. Oggi abbiamo estati molto più calde e siccitose: bisogna adattarsi ai cambiamenti del clima».
La richiesta è quella di mantenere almeno una quantità minima d’acqua nei canali fino a quando le temperature non scendano e non arrivino precipitazioni sufficienti, non soltanto per le colture ma anche per la fauna. «Non è un problema solo dell’agricoltura. Quando i canali vengono completamente prosciugati muore tutto: pesci, rane e altri animali».
Gli agricoltori ricordano inoltre episodi analoghi degli anni scorsi, mostrando fotografie di morie risalenti al 2019 e al 2020. «Tutti gli anni, quando chiudono l’acqua, c’è un disastro», sostengono, chiedendo che le modalità di gestione dei canali vengano riviste alla luce delle mutate condizioni climatiche.
Accanto alla questione ambientale c’è quella agricola. La chiusura dei canali, spiegano, crea difficoltà anche alle coltivazioni, soprattutto nei periodi ancora caratterizzati da temperature elevate. Alcune aziende hanno già dovuto fare i conti con colture in sofferenza nonostante gli impianti di irrigazione a goccia.
Il tema, dunque, secondo gli agricoltori, non riguarda soltanto la sopravvivenza dei pesci rimasti nei fossi, ma la necessità di ripensare la gestione dell’acqua in un territorio che si trova a fare i conti con estati sempre più calde e periodi di siccità prolungati.