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Braccaioli racconta l'impresa:
"Da Marcaria a Barcellona, e ora
pronto per la Parigi-Brest-Parigi"

L’arrivo alla Sagrada Familia. E poi? “E poi due giorni di relax con i miei soci, per vedere Barcellona e divertirci un po’ a mente sgombra. Per staccare la spina. Anche se già abbiamo in mente, lo devo ammettere, la prossima sfida”.

MARCARIA – Parigi-Barcellona-Istanbul. Cos’hanno in comune? Basta osservare il percorso di Lorenzo Braccaioli, classe 1991 di San Michele in Bosco, frazione di Marcaria, con una passione sfrenata per la fatica. Proprio così. Parigi ha dato il via alla sua avventura endurance europea nel 2018, Barcellona ha dato conferme questa estate, Istanbul l’anno prossimo completerà la trilogia. Ma chi te lo fa fare, caro Lorenzo? “E’ una follia positiva che mi piace, perché amo la fatica. E’ difficile da capire e da spiegare, ma è la molla che mi spinge e questo mi basta”.

L’ultima impresa è partita il 17 giugno scorso alle ore 4 di mattina, un lunedì. Arrivo il mercoledì a metà mattinata a Barcellona. Dove sta la particolarità? Nel fatto che tutto sia stato affrontato in bicicletta. “Il mio cronometro segnava 43 ore e 32 minuti – spiega Braccaioli – e sono stato bravo, nel senso che non ho avuto crisi e sono riuscito a completare il percorso in meno tempo rispetto a quanto avessi preventivato. A Parigi avevo impiegato 36 ore e 13 minuti, ma quello era un tragitto più corto: per arrivare a Barcellona invece ho bruciato sulle strade poco meno di 1200 km, per la precisione 1192.71”.

Un po’ di numeri: 46.270 calorie consumate, 27.4 km/h di media, 5.651 metri di dislivello. Hai detto 43 ore e mezza, in realtà se sei partito alle 4 di lunedì mattina e sei arrivato a metà mattina di mercoledì i conti non tornano del tutto. “Sì, il tempo complessivo è attorno alle 50 ore, ma io calcolo il tempo effettivo, ossia solo quello speso sui pedali: non mi sono mai fermato a dormire, perché l’endurance prevede questo, e le uniche pause brevi erano per i bisogni fisiologici, o per nutrirmi”.

E’ andata meglio rispetto a Parigi, hai detto. Come mai? “Alla capitale francese ero arrivato dopo una crisi durissima, dalla quale sono uscito strada facendo con grandi sforzi. Mi ero preparato meno. Memore di quell’esperienza, comunque conclusa positivamente nel 2018, ho pensato di allungare il percorso, di mettere nel mirino un’altra capitale europea e assieme di curare di più ogni aspetto della preparazione. E dell’alimentazione, a base di pane con marmellata e miele, per avere energia nell’immediato, e pasta principalmente in bianco. Mi sono alimentato ogni 200 km con chi mi ha seguito a bordo di un’auto che mi ha dato una mano indispensabile. E ovviamente mi ha poi preso con sé per il ritorno. E’ stata una grande fatica pure per loro: pensate che chi ha guidato s’è riposato pochissimo. Pure loro, come me, si sono accontentati di pochi momenti di micro-sonno, per scortarmi e darmi la carica, senza abbandonarmi. Quando ho varcato il confine spagnolo, passando dalla Francia, mancavano poco più di 200 km: lì ho capito che ce l’avevo fatta, anche perché le gambe rispondevano e la testa era ancora fresca”.

Da dove nasce la tua passione? “Il ciclismo mi piace da quando sono piccolo: poi crescendo ho allungato le distanze. Inizialmente giri ripetuti di 70-80 km, ora invece il vero e proprio endurance, superiore ai 1000 km. Del resto la mia professione – lavoro alla Mec Carni di Marcaria – è già un inno alla fatica: io ho deciso di trasportarla in ambito sportivo, seguendo il mio istinto. Come mi sono allenato? Mi prendevano per matto, io uscivo di casa in bicicletta nelle ore più calde, tipo alle 13 o alle 14, quasi ogni pomeriggio. Un modo per abituare il mio corpo a quello che avrei trovato sulla strada, perché non potersi fermare significa pedalare in qualsiasi condizione, anche con caldo e afa insopportabili. Spesso mi sforzavo di soffrire di più, per così dire, proprio per non trovarmi impreparato di fronte a eventuali problemi strada facendo. Spostavo via via il limite un po’ più in là”.

L’arrivo alla Sagrada Familia. E poi? “E poi due giorni di relax con i miei soci, per vedere Barcellona e divertirci un po’ a mente sgombra. Per staccare la spina. Anche se già abbiamo in mente, lo devo ammettere, la prossima sfida”.

Che, in ordine cronologico, non porta subito a Istanbul. “Per arrivare a Istanbul sono quasi 2mila chilometri, dunque è una sfida molto impegnativa, che dovrò preparare nel tempo. Prima però, ad agosto, parteciperò alla Parigi-Brest-Parigi, oltre 1250 km senza fermarsi per rispettare i cancelli temporali imposti, di circa 80 ore: è una sorta di Olimpiade dell’endurance che, con i tempi e la forma dimostrata a Barcellona, posso completare bene. Dopo di che a settembre sarò in Puglia per la corsa adriatica, che prevede altre lunghezze simili. Per la Turchia, invece, si andrà al 2020”.

Anche se la testa, prima dei pedali, è già là.

Giovanni Gardani

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